Gli incontro della “Terza Età”, rivolti ai fedeli della Parrocchia di Asso e dintorni, hanno lo scopo di offrire un incontro formativo, culturale e aggregativo agli anziani e a quanti hanno la possibilità e il desiderio di condividere un po’ di tempo per prendersi cura di sé, della propria vita spirituale e delle relazioni che quotidianamente si vivono.
La proposta è una riunione mensile, solitamente il primo martedì di ogni mese, presso l’Oratorio di Asso dalle 14.30 alle 16.00 circa.
Durante tali incontri, generalmente guidati da don Alessandro, si offre una riflessione su alcuni brani della Scrittura Sacra per alimentare e verificare la propria vita di fede; ci sarà poi uno spazio per il confronto in gruppo; si conclude solitamente con una dolce e (d’inverno) calda merenda.
Gli incontri sono aperti a tutti e non è necessario iscriversi: basta stare attenti al calendario e presentarsi personalmente. In questa sezione del sito trovate il calendario e il materiale che verrà condiviso ad ogni incontro. Per qualsiasi informazione basta rivolgersi alla Segreteria Parrocchiale nei giorni ed orari di apertura oppure direttamente a don Alessandro.
LE COLPE DEI PADRI
(G. Guareschi: Ciao, don Camillo; BUR Contemporanea 2022; p. 181-188)
La signora Clementina era una donna con la testa sulle spalle e, con lei, si poteva discutere su tutto, fuorché su Carletto.
Quando Carletto, a dieci anni, combinò un grosso guaio, il Boraschi, uomo spiccio, gli pitturò sulla faccia due schiaffoni, ma furono i primi e gli ultimi perché la signora Clementina svenne, rimase a letto due giorni con la febbre e, per un mese intero, si comportò come se fosse sorda e muta, limitandosi a guardare il marito con tale odio da far venire la pelle d'oca.
Carletto era il figlio della paura, l'unico figlio, arrivato in extremis, dopo dodici anni di matrimonio, proprio mentre il Boraschi stava per andare in guerra, e la signora Clementina rimasta sola a dirigere l'azienda s'era aggrappata disperatamente al bambino, disposta a difenderlo anche a schioppettate.
I Boraschi abitavano alle Ghiare, una vasta tenuta fuori mano, e, una volta che Carletto ebbe finito le scuole elementari, si presentò il problema della continuazione degli studi. Il Boraschi propose di mettere il ragazzo nel miglior collegio della città, ma la signora Clementina non volle nemmeno sentirne parlare. “Farà come tanti altri” stabilì. “Lo manderemo in macchina alla stazione ogni mattina e andremo a ritirarlo al suo ritorno. Fin che è bambino voglio averlo sempre sott'occhio.” Quando, però, Carletto entrò al liceo, la signora Clementina dovette arrendersi e acconsentire che il ragazzo rimanesse a studiare in città. La scelta della pensione non fu cosa semplice perché la signora Clementina volle occuparsene personalmente e ciò richiese tempo e fatica.
Si stabili che il ragazzo avrebbe passato alle Ghiare la domenica e, per tutto il primo anno, ogni sabato sera, Carletto tornò puntualmente al paese. Nel secondo anno, data l'aumentata difficoltà degli studi, Carletto dovette passare la maggior parte delle domeniche in città poi, iniziato il terzo anno, disse chiaro e tondo che avrebbe potuto dedicare alle Ghiare solo le vacanze
di Natale e di Pasqua. Fu appunto dopo i primi mesi del terz'anno di liceo che il Boraschi, una sera, fece il punto della situazione:
“”Una volta che il ragazzo abbia ottenuto la licenza liceale” disse “bisognerà pure che cominci a pensare all'azienda”.
La signora Clementina levò il capo di scatto:
“Una volta ottenuta la licenza liceale” stabilì “il ragazzo penserà semplicemente a iscriversi all'università”.
“Io ho compiuto cinquantasei anni” replicò il Boraschi “e sono stanco di lottare con spesati, mezzadri e guai d'ogni genere. Un aiuto mi solleverebbe molto.”
“Non ti aiuto già abbastanza io?” domandò la signora Clementina. “E poi, chi ti vieta di prenderti un amministratore?”
Il Boraschi fece un balzo:
“Un amministratore!” urlò. “Questa azienda me l'ha lasciata mio padre perché l'amministrassi io, e io l'ho conservata, ingrandita e migliorata per passarla a mio figlio! Adesso ha diciotto anni: se aspettiamo ancora, le abitudini cittadine gli renderanno odiosa la vita dei campi.”
“Carletto deve prendere la laurea!” esclamò categorica la signora Clementina.
“Qui non c'è bisogno né di un avvocato né di un professore di belle lettere, ma di un agricoltore e l'università degli agricoltori è la terra.”
“Carletto prenderà la laurea” insisté cocciuta la signora Clementina. “Se non gli pagherai tu gli studi glieli pagherò io. A costo di vendere tutti i poderi della mia dote. Non permetterò mai che il tuo egoismo di agrario impedisca a mio figlio di seguire la sua inclinazione e di percorrere la sua strada. Spetta a lui stabilire quello che vorrà fare. Comunque, è ancora presto per parlarne: ne riparleremo quando avrà finito il liceo.”
Il Boraschi non insistette perché gli occhi della Clementina erano diventati cattivi e la sua voce aspra.
Carletto arrivò a casa una settimana dopo: era venuto a ritirare dei libri che gli servivano e sarebbe ripartito la mattina seguente.
Rincasando per la cena, il padre se lo trovò seduto davanti e rispose al suo saluto con un borbottio.
“Ti dispiace che tuo figlio sia tornato?” gli domandò aggressiva la signora Clementina.
“Lui non c'entra” rispose il Boraschi. “Sono gli altri che mi stanno facendo venire un fegato grosso così.”
“Cos'è successo?” incalzò la signora Clementina.
“Follini se ne va” borbottò il Boraschi. “Dopo trentacinque anni ci pianta per andare a fare non so che mestiere in città.”
“È logico” osservò Carletto.
Il padre levò la testa e lo guardò stupito:
“Logico che cosa?”.
“È logico che, dopo aver fatto il servitore per trentacinque anni, uno cerchi di vivere come gli uomini liberi” rispose calmo Carletto.
“Non era qui a fare il servitore” precisò il padre. «Era mezzadro nel miglior podere e trattato con tutti i riguardi. Gli ho messo a nuovo la casa, gli ho dato macchine e attrezzi, gli ho sistemato la stalla con bestie selezionate.”
Carletto si strinse nelle spalle:
“Bisognava pensarci prima. Molto tempo prima. È inutile alleggerire il carico del biroccio quando il cavallo è sfiancato. Gli agrari hanno tirato troppo la corda”.
Il giovanotto parlava lentamente, con voce pacata, senza gesticolare, e il Boraschi si sentì intimorito. “Io” balbetto “io non sono un agrario. Io sono un agricoltore.”
“Certo” ammise Carletto “molti proprietari terrieri sono agricoltori: disgraziatamente, nei rapporti coi loro sottoposti ragionano da agrari. Quando avete creato il fascismo, per esempio. Nel 1922, le squadre d'azione portavano la camicia nera degli agricoltori, ma usavano il manganello degli agrari. Questa è la sostanza.”
“Nel 1922” гeplicò risentito il padre “io avevo diciotto anni come hai tu adesso e, assieme a mio padre, difendevo la nostra terra e il nostro lavoro. I Boraschi, la loro terra se la sono conquistata pezzo per pezzo sgobbando e usando il cervello e il padre di mio padre era un piccolo affittuario ma sapeva far rendere la terra il doppio degli altri. Nel 1922 i rossi non volevano che gli spesati nutrissero o mungessero le vacche, durante gli scioperi. Dovevamo lasciar morire le bestie nelle stalle? Bisognava trovare dei crumiri e poi difenderli dalle rappresaglie degli scioperanti. I rossi assediavano le nostre aie: dovevamo lasciarli entrare perché distruggessero tutto?” Carletto accese con studiata lentezza una sigaretta:
“La situazione” spiegò “per quanto si presenti in modo diametralmente opposto, è, in sostanza, la stessa di oggi. Allora i servi della gleba volevano occupare le aie, oggi le vogliono abbandonare. Allora cercavano la libertà dentro i poderi, adesso la cercano fuori. Allora gli agrari pagavano il fio per le cose buone che non avevano fatto prima del 1922, adesso lo pagano per le cose buone che non hanno fatto dopo il 1922. Naturalmente, adesso lo pagano anche per le cose cattive che hanno fatto dopo il 1922”.
II Boraschi guardava il figlio con occhi pieni di stupore. E così lo trovò don Camillo entrando per la solita briscola serale. Vedendo ancora la tavola apparecchiata, don Camillo rimase imbarazzato:
“Sono arrivato troppo presto” si scusò.
“No, siete arrivato troppo tardi» rispose il Boraschi riscuotendosi. «Se foste arrivato qualche momento prima, avreste potuto sentire il figlio fare il processo al padre.”
«Io non ho fatto il processo a nessuno” precisò gelido Carletto. “Io mi sono limitato a fare l'analisi logica di un fenomeno. Tu ti sei stupito che Follini voglia abbandonare il suo lavoro di contadino e io ho cercato di spiegartene le ragioni. La storia d'Italia non l'ho mica inventata io e il fascismo fa parte della storia d'Italia, tanto è vero che lo si studia nelle scuole.”
“Non è un po' troppo presto?” s'informò cautamente don Camillo. “Non sarebbe necessario ancora un pochino di tempo per poter dare ai giovani un quadro veramente obiettivo degli avvenimenti?”
“Non è mai troppo presto per conoscere la verità” stabilì Carletto. “Sarebbe, oltre al resto, stupido e disonesto tener n-scosta la verità storica ai figli per non urtare la suscettibilità dei padri. Anzi, dovrebbe essere ogni padre onesto a dire: “Figlio mio, ho sbagliato questo e quest'altro e te lo voglio spiegare bene in modo da evitarti di cadere negli stessi miei errori".”
Don Camillo si volse verso il Boraschi:
“Il ragazzo ha ragione” affermò. “Riconoscere francamente i propri errori è il più sano dei principi.”
“D'accordo” ammise il Boraschi. “Il guaio è che io non so quali errori abbia commesso in campo politico. Io ho sempre fatto l'agricoltore e non sono mai andato a infastidire nessuno: mi sono difeso quando mi hanno minacciato, sono andato in guerra quando mi hanno chiamato, ho preteso dagli altri solo quanto mi spettava e ho dato agli altri tutto quello che loro spettava. Non ho mai coperto cariche politiche, non ho mai trafficato, mi sono sempre comportato da buon cristiano, da buon cittadino e da buon padre di famiglia. Non ho nessun merito ma non credo di avere delle colpe.”
Carletto scosse il capo:
“Ridotta così la storia del fascismo è innocente come una caramella di pomo. E i venti anni di tirannide? E i secoli di galera agli oppositori del regime? E le persecuzioni razziali? E il colonialismo imperialista? E la guerra nazista che ha sconvolto il mondo? E la guerra civile? Sofferenze, violenze, morti, sangue, rovine, distruzioni, sul conto di chi li mettiamo? Su quello di un ipotetico demonio o di un ipotetico destino?”.
Don Camillo allargò le braccia:
“Mettiamoli sul conto di un'ipotetica umanità che ha perso il senso della carità cristiana» suggerì.
“Troppo semplice e comodo” ribatté Carletto. “I responsabili dei mali dell'umanità sono determinati uomini colpevoli scopo del loro utile personale. Bisogna identificarli e metterli di aver imposto, con la violenza, determinate idee al principale davanti alle loro responsabilità.”
“Giusto” ammise con garbo don Camillo. «Però, a parer mio, conoscendo perfettamente la vita di tuo padre, non mi pare che gli si possa addossare la responsabilità dell'imperialismo, del colonialismo, delle persecuzioni razziali, della guerra nazista e via discorrendo.”
“Reverendo” replicò Carletto “lei mi insegna che la morale cristiana non ammette contaminazioni fra il male e il bene. Ciò che è male resta male, ciò che è bene resta bene e, mentre dal bene mai può scaturire il male, mai dal male può scaturire il bene. Il male è su una riva, il bene su quella opposta. Chi cammina sulla riva del male cammina sulla strada del demonio. Su una riva si combatte per una causa giusta, sull'altra per una causa ingiusta. Chi ha combattuto la guerra ingiusta, per aver diritto al perdono di Dio, deve riconoscerlo e pentirsene. Anche se lo ha fatto in buona fede. E, in una guerra, combattono tanto il generale quanto il soldatino, tanto l'aviatore che sgancia la bomba atomica su una città, quanto lo scritturale del Deposito. Ecco cosa chiedono i figli ai padri: l'onesto riconoscimento d'aver combattuto per la guerra ingiusta.”
“La guerra ingiusta sarebbe quella persa?” s'informò cauto don Camillo.
Carletto sorrise:
“Ecco ciò che i tecnici chiamano "collusione clerico-fascista"” disse.
L'unico vantaggio che don Camillo aveva ricavato dal fascismo era rappresentato dal bicchierozzo d'olio di ricino fattogli ingollare, nel 1922, dal Camoni: si sentì quindi prudere le mani, ma la signora Clementina era lì e si rimirava estatica il suo Carletto, pronta a sbranare chiunque avesse osato torcergli un capello.
Perciò si alzò e disse:
“Si è fatto tardi, per la briscola. E poi, domattina, ho parecchie cosette da sbrigare”.
“Avrò da fare parecchio anch'io, domattina, se gli spesati voteranno per lo sciopero” borbottò il Boraschi.
Entrò in quel momento il capo d'uomini ad annunciare che gli spesati avevano deciso lo sciopero a oltranza incominciando dalla mezzanotte e, siccome l'argomento non lo interessava, Carletto si ritirò per preparare i libri da portare in città.
“Domattina vorrei partire col primo treno” disse alla madre.
“Ci penso io a farti svegliare” lo rassicurò la signora Clementina.
Lo svegliò, alle quattro, la vecchia Filomena e gli disse che la signora Clementina lo aspettava alla Corte per una cosa importante. Carletto, buttato giù uno scodellone di caffè, arrivò alla Corte e trovò la signora Clementina nella stalla, con un fazzolettaccio in testa e scarponi ai piedi. Mentre il Boraschi, il capo d'uomini e due vecchi stavano sistemando la macchina per la mungitura, la signora Clementina, aiutata dalle donne di casa, riempiva di fieno le mangiatoie.
Come vide entrare Carletto, tolse su da un angolo un tridente e glielo pose tra le mani dicendogli:
“Tu bada a sgomberare i sorchelli del letame. La carriola è lì”.
“Mamma” protestò Carletto. “Il treno parte fra mezz'ora.”
“Tu non parti” gli rispose brusca la madre.
“Oggi ho un compito in classe” esclamò Carletto.
“È più urgente questo compito per casa” stabilì la madre.
“È un compito importante per la media trimestrale. Io voglio andare all'esame di Stato con buoni voti.”
“L'esame di Stato lo fai qui!” gridò spazientita la signora Clementina. “Gli studi sono finiti: hai già imparato anche troppo.”
Carletto non riusciva a credere che la madre parlasse sul serio, ma la signora Clementina gli schiari le idee perché, vedendolo così perplesso, lo agguantò per un braccio e lo spinse fin tra le stanghe della carriola. Poi, per dargli l'avvio, gli sparò uno scapaccione che fece lo schiocco di una fucilata.
Roba da manuale di pedagogia. Uno di quegli scapaccioni precisi, perfetti, che solo le vecchie maestre di campagna sapevano dare e che avevano il potere di riportare, in una zucca di diciotto anni, i freschi pensieri di un dodicenne.
Il Boraschi lo sentì come una musica e stabilì:
“Verdi è grande, ma la Clementina lo batte”.
Carletto, impugnato il tridente, incominciò a togliere il letame dal sorchello borbottando:
“Questi sono metodi fascisti!”.
“Ricorri alla Camera del Lavoro” lo consigliò la signora Clementina.
Ma la cosa finì lì e fu un bene per tutti.